La lingua a naso
Arbitrarietà, verosimiglianze, tradimenti e incanti.
Lingua, naso, cervello e altri organi interni.
Se ti sembra messo tutto un po' lì alla rinfusa, vuol dire che lo spirito di osservazione non ti manca. Per LaVisioneDallAlto prova a usare l'indice degli argomenti sulla colonna di destra.



Risistemazioni

Siccome il template mi fa casino e siccome alcuni di voi hanno tolto ogni possibilità di riferimento diretto ai loro singoli post, riepilogo qui (e in post successivi) quello che una volta era linkato sulla destra.

O Ovvero elogio del bunigolo, da cercare sul blog di all, in data 16 dicembre 2003

O. La madre delle vocali, da cercare sul blog di D&C in data 14 gennaio 2004

postato da tulipani 21:57 commenti (1) alfabeto


Il racconto paraetimologico
(Significazione paraetimologica: processo attraverso il quale si assegna un significato arbitrario a un vocabolo in base a derivazioni analogiche della supposta etimologia dello stesso e all'analisi intuitiva del contesto d'uso)
 
 
Il signor Zingarelli, di camera in camera, condusse me e la mia compagna alla stanza dal bel soffitto a volta e il letto augusto, dove Stucchevole, in veste da camera di seta rosa con sbuffi e una stola morbida di ciniglia, ci accolse con languidi abbracci. Non appena si avvide che la bella donna che gli stava di fronte era la stessa che la sera prima aveva incontrato all'Opera e che aveva sussurato -stupefacente, nevvero?- a lui che ostentava, quasi indicando, rivoletti di lacrime che gli scivolavano sulla porpora delle gote, si profondò in un inchino delicatissimo e, blandendole una mano, scoppiò in un inesplicabile pianto che gli saliva dalle viscere come una specie di pigolio soffice.
- Strauss è così...- bisbigliò Stucchevole, deglutendo e quetando lo sgocciolio lacrimoso per ammannire una definizione.
- La sua musica è così... Allegra!- si corresse, al termine di una lunga pausa, modulando la voce sull'ottava più alta in corrispondenza di allegra e schioccando la lingua sul punto esclamativo.
Cadde subito in deliquio.
 Mi chinai sopra di lui e lo raccolsi tra le braccia, quindi lo deposi cautamente sul letto.
-Stupefacente, nevvero?- disse la mia compagna, come leggendomi nel pensiero.
-Già,- le risposi, piuttosto frastornato.
-Stucchevole è più leggero della sua stola.-
 
Richiusa la porta dietro le nostre spalle, il signor Zingarelli ci invitò a seguirlo lungo un corridoio interminabile: arazzi lisi decoravano le pareti, sprigionando un aroma di desuetudine che ci predispose senz'altro ad un atteggiamento di gobbo sussiego. I nostri nasi rasentavano il pavimento mentre procedevamo carponi; spensi uno starnuto nel fazzoletto sorcigno. Zingarelli giganteggiava tanto che, ad un certo punto, prese ad usarci come pattìne. I miei pensieri si issarono una croce in spalle, quelli di Tuli, mia compagna, trasmigrarono in neumi.
-Corrusco!- disse Zingarelli tuonando, poi mi arpionò per un lembo e, guatandomi spregiativo e diminutivo come fossi stato una pezza da piedi, mi diede una strigliata. Dal mio corpo raffazzonato, come immiserito gonfalone che la procella strugge e strazia, si levarono alti e scuri lai, -Ehu! Aità!-, accompagnati da una nenia frigia intonata da Tuli. 
-Mi auguro che Corrusco, vegliardo vetusto, non vi sia inconosciuto...-, disse Zingarelli, roboando.
Ma ecco che Isidoro di Siviglia (homo deriva da humus poiché è caduco), brandendo le etimologie come un abaco fiammeggiante, ci soccorse, e tanto bastò al mio cuore pavido la sua epifania paraetimologica perché il coraggio carpisse vigore e ardisse proferire (accompagnato da un blues misolidio):
 
Corrusco (esempio di significazione paraetimologica) 1 sost. corazza di un tipo particolare di mollusco che, in condizioni determinate, risplende di riflessi metallici. Est. Protezione, barriera che, abbagliando con riflessi metallici, preserva dalle aggressioni esterne (anche fig. ti sei chiuso nel tuo corrusco; esci dal corrusco).
  
2 sost. (spesso con val. spreg.) Viso corrucciato, cipiglio che, in determinate condizioni, risplende di riflessi metallici: 'non vorrai presentarti ai parenti con quel corrusco!'
 
(La storia termina con un primo piano di me e Tuli che limoniamo, poi l'obiettivo glissa su di un uomo tozzo come un tomo e una voce fuori campo recita: -questo programma vi è stato offerto da Tullio de Mauro, il primo vocabolario on-line della lingua italiana. De Mauro, l'italiano alla portata di tutti.-)
 
 


Simplifiquemos la gramática antes de que la gramática termine por simplificarnos a nosotros

L'intervento di Garcia Marquez mi piace per la passione, per l'apertura alla contaminazione e per il coraggio di proporre un gioco in cui le regole possono cambiare durante la partita.

Se le regole possono mutare, può acquistare diritto di cittadinanza anche quello che ieri era errore. Ed è questo che spaventa i conservatori, perché sposta i confini - anche sociali - del diritto di parola.

Tra i consevatori ci sono quelli che lamentano il rischio di dell’abbrutimento e della semplificazione della lingua. Io mi sentirei però di tranquillizzarli. È vero che allargando i confini della grammaticalità e dell’accettabilità ci si trova nell’impossibilità di multare chi mette in fila centinaia di baggianate sciatte di profilo linguistico bassissimo, però è anche vero che chi ha alte ambizioni, chi ama la lingua e ci lavora o ci gioca o semplicemente gli pare uno spreco non sfruttarne la potenza ha un compito che diventa molto più difficile e anche molto più interessante: deve accettare la sfida di cavalcare una bestia mutante, deve fare i conti la difficoltà di selezionare il suo modo di esprimersi in un catalogo sempre più vasto di offerte linguistiche (le offerte vecchie infatti non decadono mai, salvo puzzare lievemente di stantìo, che però anche lo stantìo a volte ha il suo bel perché).

Se la soglia della grammaticalità diventa più bassa, la soglia della qualità si alza smisuratamente.

postato da tulipani 10:46 commenti (3) grammatica


Cornicetta dedicata (mi sa che le nuvole non son quelle).

postato da tulipani 09:49 commenti (1) amenita


La traduzione - meravigliosa - di debitiecoccole

A dodici anni ho rischiato di essere investito da una bicicletta. Un prete di passaggio mi salvò con un urlo: Attento! Il ciclista cadde a terra. Il prete, senza fermarsi, mi disse: Hai visto cos'è il potere della parola? Quel giorno lo capì. Ora sappiamo, in più, che i maya lo sapevano fin dai tempi di Cristo, e con tanto rigore, da avere un dio speciale per le parole.
Mai come oggi è stato così grande questo potere. L'umanità entrerà nel terzo millennio sotto l'impero delle parole. Non è detto che l'immagine possa rimpiazzarle né che possa estinguerle. Al contrario, le sta rafforzando: mai ci sono state nel mondo tante parole con tanta portata, autorità e arbitrio come nell'immensa Babele della vita attuale. Parole inventate, maltrattate o sacralizzate dalla stampa, dai libri consumati, dai cartelli pubblicitari; parlate e cantate dalla radio, dalla televisione, dal cinema, dal telefono, dagli altoparlanti pubblici; gridate con la pennellessa sui muri della strada o sussurrate all'orecchio nelle penombre dell'amore.
No: il grande sconfitto è il silenzio. Le cose hanno ora talmente tanti nomi in tante lingue che non è facile sapere come si chiamano in nessuna di loro. Gli idiomi si disperdono senza padroni, se mescolano e confondono, sparati verso il destino ineluttabile di un linguaggio globale.
La lingua spagnola deve prepararsi a un ciclo grande in questo avvenire senza frontiere. E' un diritto storico. Non per la sua prepotenza economica, come altre lingue fino ad oggi, ma per la sua vitalità, la sua dinamica creativa, la sua vasta esperienza culturale, la sua velocità e la sua forza di espansione, in un ambito suo di diciannove milioni di chilometri quadrati e quattrocento milioni che la parlano alla fine di questo secolo. A ragione un maestro delle lettere ispaniche negli Stati Uniti ha detto che le sue ore di lezione se ne vanno a fare da interprete tra latinoamericani di diversi paesi. Richiama l'attenzione sul fatto che il verbo "pasar" ha cinquantaquattro significati, mentre nella repubblica dell'Ecuador ci sono centocinque nomi per l'organo sessuale maschile, e in compenso la parola "condoliente" (che dovrebbe significare partecipe del cordoglio, ndt), che si spiega da sé, e che tanto ci manca, non è stata ancora inventata. Un giovane giornalista francese si meraviglia delle scoperte poetiche in cui s'imbatte a ogni passo nella nostra vita domestica. Che un bambino svegliato dal belare intermittente e triste di un agnello abbia detto: "Sembra un faro". Che un'ostessa della Guajira colombiana rifiuti di cucinare con la citronella perché le sa di Venerdì Santo. Che Don Sebastián de Covarrubias, nel suo dizionario memorabile, ci abbia lasciato scritto di sua mano e grafia che il giallo è il colore degli innamorati. Quante volte abbiamo assaggiato noi stessi un caffè che sa di finestra, un pane che sa di zolla, una ciliegia che sa di bacio?
Sono prove lampanti dell'intelligenza di una lingua che da tempo sta stretta nella sua pellaccia. Ma il nostro contributo non dovrebbe essere farla dimagrire, ma al contrario, liberarla dai suoi ferri normativi perché entri nel ventunesimo secolo come Pedro a casa sua.
In questo senso, oserei suggerire davanti a questa platea che semplifichiamo la grammatica prima che la grammatica finisca per semplificarci. Umanizziamo le sue leggi, impariamo dalle lingue indigene cui tanto dobbiamo le molte cose che ancora hanno da insegnarci e arricchirci, assimiliamo presto e bene i neologismi tecnici e scientifici prima che ci si infiltrino senza farsi digerire, negoziamo di buon cuore con i gerundi barbari, i che endemici, il "dequeismo" parassitario (si può tradurre con l'eccesso di "di cui" male adoperati), e restituiamo al congiuntivo presente lo splendore delle sue sdrucciole: váyamos invece di vayamos, cántemos invece di cantemos, o l'armonioso muéramos invece del sinistro mueramos. Giubiliamo l'ortografia, terrore dell'essere umano fin dalla culla: seppelliamo le HACHES rupestri, firmiamo un trattato di limiti tra la g e la j, e poniamo maggior uso della ragione negli accenti scritti, che in fin dei conti nessuno leggerà lagrima dove si dice lágrima né confonderà ravolver con revólver. E la nostra bi di burro e la nostra vu di vaca, che gli avi spagnoli ci hanno portato come se fossero due e ce ne avanza sempre una?
Sono domande a casaccio, per ipotesi, come bottiglie lanciate nel mare con la speranza che arrivino al dio delle parole. A meno che per questi azzardi e sproloqui, sia lui che noialtri finiamo per rimpiangere, con ragione e diritto, che non mi abbia investito ai tempi quella bicicletta provvidenziale dei miei dodici anni.

 

postato da tulipani 21:06 commenti (5) grammatica

Me ajutareste, por favor?

Ascoltando Radio Flash di Torino - sì, è di sinistra - una domenica mattina mentre stiravo, ho sentito almeno un'ora di programmi in lingua spagnola. In uno di questi programmi si parlava del terzo congresso nazionale della lingua spagnola (Rosario, Argentina, novembre 2004), e la cosa che mi ha più stuzzicato (tenete però presente che io capisco lo spagnolo esattamente come un italofono medio di buona volontà) è uno dei retroscena: sembra che Gabriel García Márquez non sia stato invitato per via di un suo intervento al primo congresso (Zacatecas, Messico, 1997) dove avrebbe fatto affermazioni come "simplifiquemos la gramática antes de que la gramática termine por simplificarnos a nosotros" che, si può capire, agli accademici un po' poteva avergli fatto girar le balle.

Ho cercato in rete l'intervento di García Márquez, ma l'ho trovato solo in spagnolo, quindi l'ho letto capendolo esattamente come un italofono di buona volontà. Il piacere che vi chiedo è dunque il seguente: io posto qui il testo, e chi vuole (anche chi non sa lo spagnolo) ne traduce un pezzettino, magari una riga sola. Non so come funzionino i diritti d'autore (magari dobbiamo dare o prendere dei soldi, chissà), però rischierei lo stesso.

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Botella al mar para el dios de las palabras

La Jornada, México, 8 de abril de 1997

A mis doce años de edad estuve a punto de ser atropellado por una bicicleta. Un señor cura que pasaba me salvó con un grito: ¡Cuidado! El ciclista cayó a tierra. El señor cura, sin detenerse, me dijo: ¿Ya vio lo que es el poder de la palabra? Ese día lo supe. Ahora sabemos, además, que los mayas lo sabían desde los tiempos de Cristo, y con tanto rigor, que tenían un dios especial para las palabras.

Nunca como hoy ha sido tan grande ese poder. La humanidad entrará en el tercer milenio bajo el imperio de las palabras. No es cierto que la imagen esté desplazándolas ni que pueda extinguirlas. Al contrario, está potenciándolas: nunca hubo en el mundo tantas palabras con tanto alcance, autoridad y albedrío como en la inmensa Babel de la vida actual. Palabras inventadas, maltratadas o sacralizadas por la prensa, por los libros desechables, por los carteles de publicidad; habladas y cantadas por la radio, la televisión, el cine, el teléfono, los altavoces públicos; gritadas a brocha gorda en las paredes de la calle o susurradas al oído en las penumbras del amor.

No: el gran derrotado es el silencio. Las cosas tienen ahora tantos nombres en tantas lenguas que ya no es fácil saber cómo se llaman en ninguna. Los idiomas se dispersan sueltos de madrina, se mezclan y confunden, disparados hacia el destino ineluctable de un lenguaje global.

La lengua española tiene que prepararse para un ciclo grande en ese porvenir sin fronteras. Es un derecho histórico. No por su prepotencia económica, como otras lenguas hasta hoy, sino por su vitalidad, su dinámica creativa, su vasta experiencia cultural, su rapidez y su fuerza de expansión, en un ámbito propio de diecinueve millones de kilómetros cuadrados y cuatrocientos millones de hablantes al terminar este siglo. Con razón un maestro de letras hispánicas en los Estados Unidos ha dicho que sus horas de clase se le van en servir de intérprete entre latinoamericanos de distintos países. Llama la atención que el verbo pasar tenga cincuenta y cuatro significados, mientras en la república del Ecuador tienen ciento cinco nombres para el órgano sexual masculino, y en cambio la palabra condoliente, que se explica por sí sola, y que tanta falta nos hace, aún no se ha inventado. A un joven periodista francés lo deslumbran los hallazgos poéticos que encuentra a cada paso en nuestra vida doméstica. Que un niño desvelado por el balido intermitente y triste de un cordero, dijo: «Parece un faro». Que una vivandera de la Guajira colombiana rechazo un cocimiento de toronjil porque le supo a Viernes Santo. Que Don Sebastián de Covarrubias, en su diccionario memorable, nos dejó escrito de su puño y letra que el amarillo es el color de los enamorados. ¿Cuántas veces no hemos probado nosotros mismos un café que sabe a ventana, un pan que sabe a rincón, una cereza que sabe a beso?

Son pruebas al canto de la inteligencia de una lengua que desde hace tiempos no cabe en su pellejo. Pero nuestra contribución no debería ser la de meterla en cintura, sino al contrario, liberarla de sus fierros normativos para que entre en el siglo veintiuno como Pedro por su casa.

En ese sentido, me atrevería a sugerir ante esta sabia audiencia que simplifiquemos la gramática antes de que la gramática termine por simplificarnos a nosotros. Humanicemos sus leyes, aprendamos de las lenguas indígenas a las que tanto debemos lo mucho que tienen todavía para enseñarnos y enriquecernos, asimilemos pronto y bien los neologismos técnicos y científicos antes de que se nos infiltren sin digerir, negociemos de buen corazón con los gerundios bárbaros, los ques endémicos, el dequeísmo parasitario, y devolvamos al subjuntivo presente el esplendor de sus esdrújulas: váyamos en vez de vayamos, cántemos en vez de cantemos, o el armonioso muéramos en vez del siniestro muramos. Jubilemos la ortografía, terror del ser humano desde la cuna: enterremos las haches rupestres, firmemos un tratado de límites entre la ge y jota, y pongamos más uso de razón en los acentos escritos, que al fin y al cabo nadie ha de leer lagrima donde diga lágrima ni confundirá revolver con revólver. ¿Y qué de nuestra be de burro y nuestra ve de vaca, que los abuelos españoles nos trajeron como si fueran dos y siempre sobra una?

Son preguntas al azar, por supuesto, como botellas arrojadas a la mar con la esperanza de que le lleguen al dios de las palabras. A no ser que por estas osadías y desatinos, tanto él como todos nosotros terminemos por lamentar, con razón y derecho, que no me hubiera atropellado a tiempo aquella bicicleta providencial de mis doce años.

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L'ho preso da qui.

postato da tulipani 09:57 commenti appelli, grammatica


Numerotizzazione

Accidenti. Dovevo proprio incontrare una parola così per provare finalmente di nuovo il brivido dell'eresia paraetimologica. La prima cosa che ho fatto è stata, naturalmente, quella di portare ritualmente il vocabolario a pisciare in cortile, così da potermi gustare appieno la trance mistica, senza ripensamenti e tentazioni dell'ultimo minuto.

Non ho ancora pronta la definizione, ma credo che quelli che - come me - sentono come un mancamento alle ginocchia e come un groppo in gola e come il respiro che si frange e come una colata di cioccolato fondente sottopelle quando gli par di intuire come funziona uno dei teoremi di Goedel sapranno comprendere il mio turbamento e perdonare la mia temporanea esitazione.



Ok, prima non ci credevi. Ma adesso?

(Sentite, io avevo fatto le cose per benino e nel post sotto vi mandavo al sito ufficiale dell'Operazione Sottoveste. Visto però come stanno le cose, se andate là e non trovate quello che cercate, provate a fare un salto da Jest).

postato da tulipani 09:01 commenti (1) appelli


Salviamo la libreria di Jest

Se ci credi prendi quota.

postato da tulipani 22:45 commenti (1) appelli


Turismo toponomastico

(la città)

Facile localizzare la città di Ovvio. Sta esattamente dove ti aspetti che sia. Chi arriva in auto deve seguire le indicazioni sulla strada fino a giungere dove vuole andare: lì è Ovvio. Si può arrivare in bus, avendo cura di sceglierne uno che non vada da un'altra parte, o in treno, a patto che si scenda nella stazione. Il nome della città - Ovvio - è scritto in stazione. Se il nome della città è un altro, non è Ovvio.
A Ovvio c'è una piazza centrale dove si trova il duomo e il municipio. Nel duomo si dicono le messe mentre l'amministrazione della città si concentra, ordinatamente, nel municipio. Malgrado una certa monotonia, le case di Ovvio, tutte fatte con materiale edile, si distinguono per certi dettagli architettonici, come finestre e porte che si aprono e si chiudono. Ci sono strade. La città è piena di luoghi comuni.
A Ovvio si chiacchiera poco. Innanzitutto perché, dalla fondazione della città, nessuno mai ha avuto un pensiero originale e gli argomenti si ripetono. In secondo luogo perché le persone non hanno bisogno di dire niente: tutto è lampante.
Ovvio si trova poco dopo Evidente, e poco prima di Ridondanza.
I principali prodotti della zona sono proverbi e frasi fatte. Quando la temperatura si abbassa fa freddo, ma i termometri salgono quando fa caldo.
E Ovvio ha una peculiarità climatica.
Là, piove sul bagnato.

(l'albergo)

L'hotel si chiama Ostracismo e si trova in un vicolo oscuro, poco trafficato. Nel registro degli ospiti ci sono alcuni nomi illustri, di cui raramente si sente parlare.
Ostracismo sta nel borgo di Disgrazia. Praticamente è l'unico albergo della zona. Chi capita in Disgrazia va per forza all'Ostracismo. La hall è sempre in penombra. I pochi ospiti che frequentano la hall si guardano appena e non si parlano mai. Difficile registrarsi, perché spesso lo stesso personale della reception si rifiuta di parlare con i nuovi arrivati. Per molti, il massimo - o il minimo - è essere in Disgrazia all'Ostracismo.
L'albergo ha un bar, il Paria's, e un ristorante, L'Execrable. Al bar servono solo Black Label - tutti gli whisky sono listati di nero. Del Black&White servono solo il Black. I coperchi delle pentole della cucina del ristorante sono stati fatti a mano dal Diavolo in persona. La Suite Ex-Presidenziale, intitolata a Richard Nixon che ci ha trascorso parecchio tempo nel periodo passato in Disgrazia, ha il vantaggio della vista su un cancello d'acqua. Le altre camere non hanno vista. L'edificio non ha seminterrato, ha solo una profonda depressione. Gli ascensori scendono soltanto. Quando chiami il room service, arriva il topo d'albergo e ti va il servizio in camera.
Niente visite per chi sta all'Ostracismo. Nessuno telefona. Non arrivano lettere, solo vecchi conti in sospeso. E' l'unico albergo al mondo dove gli scarafaggi provano un certo ribrezzo per gli ospiti.
postato da debitiecoccole 18:57 commenti (13) amenita, lessico


Paludato

Il mio uomo paludato con enorme abnegazione trascina avanti le sue membra sotto un pesantissimo mantello fatto con la stoffa di un tendone di velluto bordeaux. Vedo precisamente l'andamento sinusoidale del tessuto, una specie di riquadro che inquadra un particolare del sipario del teatro Carignano. Le nappe ondeggiano, fastidiosissime. L'uomo paludato non fa discorsi paludati perché non gli rimane abbastanza fiato per le cazzate.

Uomini paludati in dieci style (effettivamente molto pericolosi):



Intarsiato

La letteratura per ragazzi è piena di pugnali con il manico intarsiato. Quando leggi intarsiato sei incline a leggerci un'iniziale maiuscola. Ispira deferenza. Non è un manico come tutti gli altri, è Intarsiato. Ci devono aver lavorato in molti e senza badare a spese. Ci sarà di sicuro qualche diamante, più probabilmente grappoli di pietre dure con prevalenza di rosso e di verde. Non mancheranno le incisioni, canali dorati d'oro vero che intarsiano l'osso, il legno, la plastica, quel che è. Io è da tanto che vorrei qualcosa con il manico intarsiato. Ho per esempio un bel pugnale con manico in canna di bambù che si presterebbe. Vorrei tanto che qualcuno me lo intarsiasse, pagando quel che è giusto, giusto per capire com'è davvero una cosa intarsiata. Il fatto è che non so nemmeno da chi andare: da un cestaio? da un falegname? da un gioielliere? da un vetraio? da un pittore? Se c'è un intarsiatore tra di voi, per favore si faccia avanti.

postato da tulipani 14:56 commenti (32) appelli, lessico


Alcuni possibili sviluppi di questo blog:

la lingua nel vaso: uno studio delle raffigurazioni pittoriche di vasellame antico, o una summa sulla peculiarità di reliquie sacre custodite nei luoghi della consuetudine umana.

la lingua a raso: i passaggi linguistici più morbidi nella letteratura contemporanea, oppure una serie di citazioni dove la parola è assimilabile alla misura colma e trasfigura nel non detto (su ciò di cui non si può dire, conviene tacere [op. cit.])

la lingua nel maso: i riferimenti dialettali di una comunità di montagna, impegnata nel pascolo delle greggi e nella produzione di formaggi, e le contaminazioni con il linguaggio moderno (style sheep).

la lingua a taso: disquisizione sulle usanze linguistiche elleniche in voga nell’isola di Taso, nel nord della Grecia.

la lingua del Paso: i complessi rituali di passaggio dei giovani andini che nel secolo scorso usavano cucinare la lingua del Paso, il cavallo peruviano dall’andatura fluida tipico delle Ande che si diceva rendesse fluido anche l’eloquio dei partecipanti al rito.

postato da eddiemac 23:17 commenti (5) amenita


Del pentu (del pettine)

Per come si usava a casa mia, questa espressione significa "del cavolo, di poco conto". A l'è na trasmissiun del pentu, cambia canal.

postato da tulipani 15:11 commenti (7) glossario

Grammatica e ortografia: errori del pettine

A me capita di correggere della roba scritta da ragazzotti diciottoventenni. Alcuni motivati e bravi, altri motivati e boriosi, altri dotati e tuttavia modesti, altri che invece di scrivere vorrebbero per esempio telefonare, guidare, sciare, giocare a calcio, dormire un paio d’ore, fare sesso.

Molti errori mi fanno sorridere. Mi fanno sorridere quelli che sono facili da diagnosticare, e un’aggiunta di sorriso viene da quelli, soprattutto lessicali, che sono particolarmente riusciti: La gente deve spingere i politici ad operarsi affinché la questione venga risolta (perfetto, chessò, nel caso si parlasse di maggior impegno per la donazione di organi).

Gli errori più facili da diagnosticare (in termini di attenzione e impegno) sono quelli ortografici (né vorrei un pò); poi vengono quelli sintattici di tipo grossolano (Il Consiglio dei Ministri ha dato la definitiva approvazione sulla costruzione del ponte); poi quelli lessicali (un esempio ve l’ho già mostrato); poi ancora quelli sintattici di tipo fine o discutibile (Appena è avvertita la presenza del piatto il nastro viene azionato spostandolo di uno spazio tale da permettere ad una lama di tagliare il cellofan).

Quando si tratta invece di andare oltre i confini della frase e di valutare cose sofisticate come coesione, coerenza, effetto su chi legge, smetto di sorridere perché mi tocca impegnarmi davvero. Perché bisogna pur che io sappia spiegare a questi sciatori, calciatori, autisti, giornalisti e poeti come mai le cose “non girano”. Non girano, non si capisce subito perché, e non c’è un cazzo da ridere. A questo livello le cose si fanno complicate perché è dove la lingua e il pensiero si innestano l’una nell’altro e non sai bene se maneggi parole o pensieri, se suggerisci forme oppure forzi il significato che era nella testa dell’autore oppure ancora se stai indebitamente suggerendo comportamenti che piacciono solo a te. E’ roba che ha a che vedere con la logica, con il pensiero, con la maturità del ragionamento, con il sistema di valori e delle relazioni tra le persone.

Si potrebbe sostenere che sia un piano che non mi riguarda: io mi occupo di testi e non di ragionamenti o relazioni umane. Ok, potrei cavarmela così e insistere sull’ortografia. La supplente di lettere di mio figlio (che io detesto) (l’insegnante, non mio figlio) dice scandalizzata: Questi ragazzi mi fanno ANCORA un sacco di errori di ORTOGRAFIA! E io dico: e allora? Vuol solo dire che uno in seconda media non ha ancora scritto dieci volte qualcun altro e azzimato, e magari certi apostrofi e certe doppie lo fregano ancora. Se dovrà scrivere davvero molto, imparerà anche l’ortografia come si deve. Se leggerà molto, magari un po’ di ortografia la imparerà, ma non è detto. Tutti, anche tu, o mia cara supplentona, abbiamo letto centinaia di pagine pronunciando mentalmente in un certo modo il nome di un personaggio per accorgerci solo anni dopo, quando lo pronuncia un altro, che avevamo sistematicamente dimenticato una emme, una enne, una ti. Se non scrivi e nemmeno leggi molto e con molta attenzione, l’ortografia la puoi solo imparare a memoria.

Ma imparare a memoria l’ortografia ha davvero senso? E, soprattutto, l’intero repertorio delle parole insidiose è davvero alla portata di ogni memoria umana? Ha sicuramente senso allertare, segnalare le zone pericolose (occhio all’alternativa e/ie: arciere o arcere? Cosce o coscie?), indicare strumenti per controllare il proprio lavoro (correttori ortografici, dizionari, grammatiche), spiegare là dove si può che esiste una regola e come applicarla (qual è e qualcun altro si scrivono così senza apostrofo per via di una regola che quando la impari poi non la dimentichi più). Ha senso spiegare che, dannatamente, se fai un errore di ortografia ne risente la tua immagine, e con questa la credibilità del pensiero che stai cercando di trasmettere. Ha senso spiegare che dal pantano dell’ortografia e della grammatica ci sono un sacco di strumenti che ti possono tirar fuori: abbi un po’ di pazienza e usali. Per quanto mi riguarda, io non voglio nemmeno vedere il tuo testo prima che tu l’abbia controllato con il correttore ortografico o prima che te l’abbia letto un compagno. Per una questione di pudore: non voglio che tu esponga inutilmente le tue magagne.

E’ solo questione di pazienza, sai? Un uomo o una donna paziente, se hanno un computer e un dizionario, possono davvero scrivere correttamente. Ma scrivere bene – o anche solo chiaro, comprensibile, efficace – è cosa molto molto molto più complicata.

postato da tulipani 15:01 commenti (10) grammatica


Il ventre del manutentore
(non sarà messo all'indice)

Sono due tre forse quattro giorni che linko, slinko, permalinko, copio, scopio, templeggio, coloro, trascoloro, cancello, scancello, mangio, pilucco, sbevacchio, bivacco, dormicchio, badiglio, sbadiglio, mi copro col poncho e accavallo le gambe.

Non penso, non scrivo, non sento, non ento, non vedo, non colgo.

Ingrasserò come un bue limico.


postato da tulipani 21:45 commenti (9) amenita

Agli oggetti piacciono le parole
(post preso in prestito da la Signora Franca)*

Agli oggetti piacciono le parole. La sottile matita predilige la parola "reboante": le fa sognare cavità, echi, vibrazioni che la sua natura compatta le nega. Il frigorifero adora la parola "tropico", le circonferenze di calore che stringono la terra e l'ombra spiovente dei banani. Il portacenere sogna spesso una catena di lettere sinuose che ondeggiano come dromedari nel deserto: "ambarabàcicicocò". Nessuno lo sospetterebbe, vedendolo così metallico e attaccato al dovere. Il libro non ha deciso quale parola gli piace. Certe volte, di notte, si guarda in basso e cerca di sbirciare le parole che porta, e anche toccarle: ma sa che è peccato mortale.

*Il link all'autrice è un aggiornamento del 31 marzo 2005, quando ho scoperto che la Signora Franca aveva pubblicato questo pezzo prima di sconosciutodituttorispetto, al quale l'avevo precedentemente attribuito.



Sei univerbista, autonomorfista o trattinista?
(post e discussione originali su Affinamenti Successivi)

La faccenda del trattino sembra una cazzata ma finisce anche lei per dire al mondo qualcosa di te. Lo usi o non lo usi? Quante volte alla settimana? Ne abusi quando sei triste? Non lo useresti mai pubblicamente? Lo usi solo nelle email/e-mail molto-molto-intime? Ti sei mai vergognato per un trattino che ti è involontariamente sfuggito in un commento che altrimenti sarebbe stato impeccabile?

Precisiamo subito che non intendo trattare il trattino (trotterellando, cazzo) nell'uso naso-di-faccina-che-ride-o-che-piange, e nemmeno come introduttore del discorso diretto che lì sono buoni tutti e non c'è gusto. Nemmeno come delimitatore degli incisi -anche se qui, a voler sottilizzare, si potrebbe parlare della lunghezza del tratto e dell'inciso, nonché dello spazio/non-spazio dopo il primo trattino e prima dell'ultimo, e infine della possibilità o meno di terminare l'inciso a fine frase senza trattino di chiusura.

Prendiamo dunque il toro per le corna e vediamo cosa fare quando sei obbligato a scrivere online (oppure on-line, oppure on line), o magari playoff (oppure play-off, oppure play off). Per i composti indigeni succede meno: mi viene però in mente il famigerato finemese (fine-mese? fine mese?) che qualche volta io devo compilare.

Certo nella maggior parte dei casi Google risolve (anche se bisogna stare attenti se si vogliono isolare le occorrenze col trattino dalle altre), e anche il dizionario, per carità. Quindi figuriamoci se avete bisogno di me. Ma nei casi in cui tutto pare permesso? Ecco che mi sento allora chiamata in causa a sostenervi nella scelta mostrandovene le implicazioni psicologiche.

Bisogna dire che il problema si pone solo con sequenze di parole che, pur mostrando tra loro una irresistibile componente attrattiva, hanno la capacità di stare anche da sole. Bisogna anche dire che il test dell'irresistibile componente attrattiva si fa così: c'è stabilità di significato (come in fine mese, dove fine indicherà sempre una cosa che termina, e nemmeno una volta uno scopo da raggiungere)? è impossibile infilare in mezzo a queste parole qualcos'altro? (fine tanto aspettata mese?).

Superato il test, sentitevi liberi e mettetevi a vostro agio: in genere tutte le possibilità vi sono concesse.

Ma attenzione.

Se siete per l'univerbazione (tuttunaparola), allora dimostrate di non percepire più il carattere analitico del composto. Il tipo filouniverbazione è quindi un tipo all'apparenza sintetico, analitico magari nel profondo ma disinvolto e amichevole negli scambi comunicativi. Non gliene frega niente di moltiplicare le entità (se fosse un programmatore sarebbe per la programmazione a oggetti), usa il rasoio di occam solo per farla in barba a qualcuno. La modernità è la sua dimensione.

Se siete per l'autonomorfismo (tutte le parole staccate, ma non usatelo in giro perché l'ho inventato adesso), allora dimostrate una certa sufficienza verso tutto quello che è collocazione stabile, riconoscete a malincuore che siete incappati in un composto, ma non intendete sottolinearlo. Siete personcine per bene che ostentano buone abitudini linguistiche soprattutto per far credere che hanno fatto il classico e che sono di buona famiglia.

Se siete trattinisti, allora dimostrate una buone dose di flessibilità e di eclettismo. Riconoscete il carattere analitico del composto, ma strizzate anche l'occhio al tipo univerbale perché vi scoccia che vi si prenda per retrò. In bilico tra modernità e tradizione, affidate la soluzione delle vostre incertezze esistenziali a un espediente tipografico. Siete di quelli che la macchina digitale mi piacerebbe ma non me la compro perché per adesso è ancora una tecnologia in evoluzione.

Stateci attenti, sono cose importanti.


postato da tulipani 09:00 commenti (8) psicolinguistica


Pedissequo

Pedissequo è uno che cammina carponi ossequiando e baciando i piedi a un altro che cammina e cammina ben dritto e non riesce a liberarsene e continua a dirgli "ma quanto sei noioso, su, tirati su che mi rovini lo strascico" * secondo me

Stoino, zerbino. (est) Persona che millanta amicizie altolocate. * secondo Climacus

pedissequo è uno che copia fedelmente. é uno che sta al centro e preferisce il grigio * secondo mk

pedissequo è colui che ha i piedi di ugual misura * secondo eddie


Scabro

Scabro lo immagino come il contrario di glabro: la 'sc' dura de granito -un piccolo balzo e si arriva alla 'sk' monolito - contrasta assai, contrariando se così si può dire, la 'gl' acquoreo-saltabeccante, elastica e vispa e pazzeriella come un girino giullare degli stagni che si burla d'un barboso luccio anchilosato. * secondo Climacus



Parole che adoro / Parole che aborro
(post rubato a 10, che l'ha scritto sul suo blog il 12 agosto di quest'anno)

Parole che adoro

silfide. a doppio taglio, la vedi volare, la dici e gia' non c'e' piu'. poi vai a vedere nel devoto oli e ti smonti. 'famiglia di insetti coleotteri, con livree genrl. nere o nerastre, talvolta a strisce gialle, i quali, se stuzzicati, emettono dall'ano un liquido bruno e maleodorante'. cioe' na blatta.

aerofagici. membri di un'antica tribu' estintasi senza lasciare il segreto arcano che avrebbe potuto risolvere il problema della fame nel mondo.

suffumigio. uomo che vaga ramingo [con le braccia desolate] nella nebbia lungo il fiume

sineddoche. la falsa magra che quando si spoglia spande le sue carni generose per tutta la stanza

ottuso. inviolabile, chiuso nella cassaforte primordiale

pullulare. camminare a saltelli sopra la sabbia cosparsa di conchiglie

allampanato. colui che crede che nessuno lo stia vedendo e fa qualcosa che di solito si fa di nascosto, e invece puntualmente qualcuno lo sta guardando. detto anche di chi cerca di filarsela discretamente ma non ci riesce.

Parole che aborro

aborro

bulimia. manicure cicciona e ficcanaso

borborigmo. persona che ti fa le boccacce, i versacci e imita la tua camminata non appena giri le spalle

seborrea. profittatrice che gode solo quando il partner dice: non ho piu' nemmeno un euro

astigmatica. me lo dicono da quando avevo due anni

coniuge. pena infame contro cui non e' facile mobilitare l'opinione pubblica. di solito viene preceduta da un connubio [dibattito di dubbio gusto]

allorquando. in realta' e' odio-amore il mio. da anni serbo una frase in cui dico con nonchalance [movimento con cui ti togli la sciarpa con disinvoltura] allorquando. non la pronuncio perche' temo la quarantena sociale.


Leguleio

Leguleio: virtuoso del peto, procurasi meteorismo cum zuppe e tisane ricche de ceci, lenticule, faggioli borlotti, scipolle borettane. * Segnalato da Climacus


Ammennicolo

Vicolo cieco che conduce in un postribolo. * secondo Climacus

ammennicolo è un prelato che conclude puntualmente le sue concioni con la parola amen * secondo eddie


Malversazione

"Versi in uno stato pietoso": malversazione per me est sinonimo di cachessia. * secondo Climacus

malversazione è un fenomeno atmosferico caratterizzato da cattivo tempo (ad es. "la linea ferroviaria è interrotta a causa di una malversazione" oppure "non ho potuto uscire a causa del malversare della tempesta") * secondo eddie


Glabro

Glabro è uno che se lo lecchi fa gla gla (a me la parola non piace e i glabri nemmeno) * secondo sobol

glabro è una contrazione dialettale tipica nella zona del centro italia ad inizio secolo e sta per "candelabro" * secondo eddie


Macilento

"Finché un giorno, in Sala Raggi, il caso mi spinse a sapere. M'ero appena rivestito e restavo con gli altri, un bestiame di macilenti toraci sopra la panca (...)" Gesualdo Bufalino, Diceria dell'untore. * Segnalato da Climacus

geog. detto di zona del sud italia (spesso usato in senso spregiativo "vieni dal macilento?") * secondo eddie


Emaciato

Emaciato ha 2 accezioni: A) individuo affrancatosi (e speditosi) da vincoli legali, istituzionali, morali, culturali, coniugali, ecc. che lo ponevano in una condizione di subordinazione forzata rispetto a un altro individuo o gruppo o coalizione dai caratteri autoritari. In tale accezione emaciato è la forma ellittica (se sbaglio correggimi, oh Tulipanessa) di emancipato, ch'io uso quando sono ubriaco e ho la bocca impastata, la lingua pencolante tra i denti, la mascella cascante, non riuscendo a pronunciare alcune consonanti come la 'n' e la 'p'. 2)Dal dialetto 'maciat' ("varda quel pütlet cuma l'è tüt maciat in süli braghi") che significa sozzo, sporco, trasandato con specifico riferimento al vestiario. * secondo Climacus

io, invece, seppure titubando, gli attribuisco il significato di 'tutto pesto e pieno di lividi' * secondo me

nologismo. relativo al poeta spagnolo antonio machado (1875-1939) * secondo eddie [nologismo = parola in affitto * secondo me]

"Alzò lo sguardo su di lui, un uomo grande e grosso, di mezza età, che le stava dicendo qualcosa [...] Ci fu una pausa. L'uomo aveva un aspetto un po' emaciato, una consunzione un po' affinata nel corso degli anni." (Don Delillo, Body Art).


Azzimato

azzimato significa "non lievitato e insipido" (da cui pane azzimo) * secondo eddie

"Il chow chow di Lady Blair mi ha azzimato un polpaccio" : part pass di azzimare, nel sign 1 di addentare. agg: lacero, frusto. sost m: selciato costituito da azzimi (vd). Azzimo: ciottolo discoidale molto sottile utilizzato anticamente per la pavimentazione di strade. * secondo Climacus


Segaligno

Quando sono raffreddato e ci ho la raucedine oppure, appena sveglio, la mia voce controtenorile si abbassa fin quasi al borbottio panciuto del fagotto, rotta dal raschio tabagistico, mia madre suole dirmi nel suo bresciano schietto:"senti cume ta set segaìt." Segaligno deriva certamente dal dialetto della bassa bresciana e significa rauco, catarroso, bassogracchiante, gutturalstridulante. * Segnalato da Climacus

segaligno è un modo gentile di dire scassapalle(dall'etimo "segare il legno" da cui anche seganervi) * secondo eddie


Dinoccolato

dinoccolato è un sognore dotato di dinocolo, ossia la forma doppia e nobile del monocolo * secondo eddie

Dinoccolare: v intr pron/ dondolarsi sulle gambe posteriori della sedia ("Il ragionier Calcagno è caduto mentre si dinoccolava, suscitando il riso asciutto e austero dell'irreprensibile capoufficio.") est. Gongolarsi immotivatamente, assumere un contegno eccessivamente giocondo, pavoneggiarsi allegramente d'una conquista professionale e/o sessuale immeritata o irrisoria. * secondo Climacus

Il ragionier Calcagno mentre si dinoccola * secondo me

Dinoccolato: agg. detto di sganascione inferto alla nuca con il dorso della mano aperta pesantemente inanellata o borchiata (cnfr manrovescio). "Luciano si ruppe il naso contro il tavolo della cucina quando mamma gli ebbe assestato un sonoro ceffone dinoccolato, giacché Luciano aveva ruttato ancor più sonoramente e quel giorno c'erano tantissimi ospiti ben vestiti beneducati e colorati." * secondo Climacus

"George, che indossava un maglione rosso piuttosto pesante, una salopette bianca e stivaletti beige a punta, entrò nel bar con andatura dinoccolata. Su entrambe le mani aveva tatuaggi di spade disegnati con una penna a sfera." John Kennedy Toole, Una banda di idioti (marcos y marcos, per gentile concessione della eddiemac production) * segnalato da Climacus